L’ESPRESSO

Alcune delle copertine de L’ESPRESSO realizzate negli anni ’80 negli anni ’80

Anni Ottanta: l’aerografo in copertina
Chi per caso o per lavoro ha partecipato negli ultimi venti anni a una riunione di redazione con la direzione di un weekly magazine italiano – non solo L’Espresso o Panorama, ma anche l’Europeo o il Borghese – per decidere la copertina da pubblicare, non può non essersi imbattuto in una sentenza ritenuta indiscutibile: “Un bel nudo in copertina equivale a un 20 per cento di vendite in più.”
Una affermazione che non ha trovato mai (e tuttora non trova) contestatori, meno che all’Espresso nella prima metà degli anni Ottanta.
Direttore all’epoca era Livio Zanetti, che per primo in Italia costituì un ufficio copertine sull’esempio dei maggiori weekly magazine internazionali come Time o Newsweek. Capitò a me, nel 1983, su suo incarico, di ricoprire per primo il ruolo di responsabile creativo delle copertine dell’Espresso. Mio compito era quello di proporre ogni settimana tre o quattro ipotesi di copertina allo staff di direzione. Per mia formazione, accanto alle foto di cronaca, ai “faccioni” dei politici e alle immagini glamour, cominciai fin da subito a introdurre ogni settimana delle proposte grafiche: puramente tipografiche, fotomontaggi o, soprattutto, illustrazioni.
Fu grazie alla collaborazione di Giancarlo Montelli che le illustrazioni fecero infine breccia nella direzione. I suoi disegni, che coniugavano iperrealismo e surrealità, avevano la capacità di colpire nel segno: l’uso della metafora era bruciante e riusciva a comunicare immediatamente ciò che richiedeva intere pagine negli articoli che sviluppavano l’argomento di copertina all’interno del settimanale: una sintesi visiva che in quegli anni non aveva rivali.
L’idea di chiamare Giancarlo Montelli a collaborare per le copertine dell’Espresso non era nata però per caso: da anni apprezzavo i suoi lavori. Lo avevo conosciuto prima come artista e incisore, per poi scoprirne le doti di grande fotografo documentarista (avevo passato giornate intere a vedere gli archivi delle sue foto subacquee e delle riprese scientifiche di insetti, animali e piante) e, in seguito, di grafico e di creativo editoriale e pubblicitario. Ma soprattutto di raffinatissimo illustratore, con delle capacità tecniche straordinarie nell’uso dell’aerografo e di tecniche miste per la realizzazione di disegni insieme iperreali nella fattura e non realistici, ma creativi e visionari, nei contenuti.
E la scelta di Giancarlo Montelli, tra il 1983 e il 1984, fu il mio asso nella manica. Ricordo perfettamente i primi lavori suoi che presentai a Livio Zanetti ottenendo finalmente il visto si stampi: il piccolo robot che entrava nella porta di casa, la pennellessa che trasformava il rosso del PCI in uno straripante verde natura, il pallone che scoppiava spargendo in giro mucchi di soldi, il barile di petrolio riempito con l’oro bianco dell’acqua potabile….
Tutte immagini che continuano a rappresentare il miracolo irripetibile delle opere che sanno comunicare con il rasoio dell’intelligenza: il miracolo delle immagini che non invecchiano pur essendo legate alla cronaca. Tanto che si potrebbero ripubblicare oggi per illustrare le copertine dei settimanali d’attualità.
A riguardare indietro a quegli anni, però, c’è un “ma”: quella che per l’Espresso fu una fortuna, infatti, per il protagonista di questa storia, Giancarlo Montelli, ha significato un carico di lavoro artigianale mostruoso, addirittura inimmaginabile per chi conosce a fondo il lavoro dell’illustratore: proprio a causa della sua disponibilità e della sua inarrivabile capacità, infatti, Giancarlo Montelli si trovò a dover saltare non poche notti di sonno. Il motivo e’ semplice: le immagini per una copertina non hanno i tempi dilatati dei disegni per un manifesto, per un libro o per una pubblicità, ma devono comunque presentare la stessa perfezione tecnica e una capacità metaforica anche superiore, con una particolare immediatezza comunicativa. Ciò voleva dire, per Montelli, dover realizzare in poco più di quarantott’ore i disegni che si possono ora rivedere in mostra sia in originale che nella versione stampata a suo tempo in centinaia di migliaia di copie.
E la soluzione Montelli piacque tanto che molti nudi patinati destinati alle copertine vennero relegati a lungo nelle pagine interne del settimanale, senza per questo perdere nemmeno una copia del venduto possibile. Non solo nel corso di quel paio di anni in cui ci trovammo a collaborare insieme sotto la direzione di Livio Zanetti, ma ancora per molti altri anni, con nuovi direttori e con nuovi responsabili delle copertine dell’Espresso.
Valerio Eletti, agosto 2001

LE COPERTINE DE L’ESPRESSO
In occasione della mostra “Le Copertine senza Tette. L’Espresso ’83 – ’92” – Libreria Odradek agosto 2001

L’avventura inizia nell’ottobre 1983. Lunedì pomeriggio Ufficio Copertina dell’Espresso. Ero arrivato dopo una telefonata di Valerio Eletti. Presenti Livio Zanetti (direttore), Valerio Eletti e Serena Rossetti responsabili dell’ufficio copertina. Durante la riunione di redazione era stato scelto il dossier della settimana: “IL CHI E’ DEI MASSONI IN ITALIA”, nomi cognomi ecc.. Contro le tette in copertina occorreva partire con immagini forti, incisive. Proviamo! Tempo per fare? Subito! Giovedì la copertina in tipografia. Poi bisogna fare titoli, occhielli, sommari. Subito il bozzetto. Ma cosa…? Fai tu. Mi raccomando l’immagine, forte e incisiva. In edicola l’occhio deve andare lì. Deve promettere rivelazioni sensazionali! Con il massone un po’ magrittiano al quale una mano sta togliendo il cappuccio per scoprirne il volto, un illustrazione con molti difetti di realizzazione, è cominciata l’avventura delle copertine dell’Espresso ed è andata avanti tra angosce, nottate, discussioni, liti, per circa dieci anni. Funzionava così: lunedi riunione di redazione; si decideva il dossier della settimana (cioè l’articolo/inchiesta di rilievo). Sera telefonata di Serena Rossetti (Capo Ufficio copertina): parti con questo argomento. Quando mi fai avere i bozzetti? Mi mettevo subito a pensare quale tra i mille modi di rappresentare l’argomento potesse essere quello giusto. Non c’era tempo per prove o ripensamenti. Martedi in tarda mattinata fax con tre o quattro bozzetti.Poi silenzio: stavano discutendo. Dopo interminabili ore, durante le quali cercavo di mandare avanti altre cose in lavorazione, la telefonata: ci sembra che la seconda funzioni meglio, pero Giovanni Valentini (il direttore succeduto a Zanetti) dice che…e poi abbiamo provato a titolare ma non c’è posto per questo titolo che bisogna mettere in basso e poi devi lasciare posto per un sommarietto di quattro righe a bandiera sinistra e poi c’è “l’Espresso più”. Dovresti venire qui, così vediamo insieme. Non se ne parla neppure. Non farei in tempo a fare il definitivo. Trattiamo per telefono e con i fax. Allora ti mando Antonio. Quanti viaggi ha fatto Antonio! Ancora non va bene perché il titolo forse è più grande, non su una ma su tre righe. Ma io devo saperlo subito! Ma dove metto le cose! Poi così l’immagine perde forza! E poi viene tutta storta! Nuovi bozzetti, nuovi fax finche si giungeva a un accordo. Quando andava bene potevo cominciare il definitivo la notte del martedì, stremato dalle trattative. Il mercoledì sera consegnavo l’illustrazione. La copertina opportunamente impaginata e titolata partiva il giovedì mattina per la tipografia a Pomezia. Sono nate così tante copertine disegnate con immagini forti, un po’ surreali, ad illustrare gli avvenimenti più importanti di quegli anni. Immagini che dovevano rendere suggestivo l’argomento proponendolo direttamente in copertina con tutta la forza possibile e senza usare la mediazione di tette e sederi. Ultima copertina : la caduta del muro di Belgrado, la caduta di Milosevic in Serbia. Ma all’Espresso le cose erano cambiate e dopo la realizzazione e l’approvazione, all’ultimo momento Milosevic fu relegato in un angolo della copertina e ricomparve prepotentemente la foto di un amplesso con il titolo”Fatelo!”. L’avventura era finita e anche io non ce la facevo più. Due parole sulla tecnica: era necessaria una tecnica per realizzare illustrazioni realistiche, forti, tridimensionali che concentrassero il concetto in una immagine monoblocco. Esclusi penna e inchiostro, acquarelli e altre tecniche pittoriche che non potevano dare la necessaria incisività all’immagine. Scelsi perciò di realizzare le immagini con una preparazione veloce eseguita con le matite colorate e quindi l’aerografo che serviva a dare compattezza e contrasti alle superfici. La grana della matita toglieva il senso di gommosità dell’aerografo. Devo all’aerografo, che non amo molto, unito alle matite colorate, la velocità di realizzazione, in una situazione in cui gli errori o gli incidenti non erano ammessi. Anche il mio gatto, al quale piaceva molto acciambellarsi la notte sotto la lampada del tavolo dove lavoravo, doveva stare molto attento a non commettere errori. Una notte passeggiò sul mio disegno. Non c’era più tempo. Consegnai la copertina con le impronte di micio.Tre. Non c’erano i computer per fare un ritocco al volo.

Giancarlo Montelli, agosto 2001

 

 

 

Tre copertine sono state progettate, realizzate e non pubblicate per ripensamenti direzionali.



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